Susanna Basile
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La storia di Osho: il tantra, gli intrighi e le gelosie di una “setta spirituale”

"Ogni corona vuole la sua ghigliottina": Anand Sheela la segretaria di Osho

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Wild Wild Country, il documentario originale su Netflix, si occupa di una storia reale. Si inizia dallo scontro fra una numerosa comune spirituale che si trasferisce dall’India all’Oregon in una cittadina di pochissimi americani vecchio stile, che si sentono minacciati da questa invasione.

La vicenda si snoda fra documenti d’epoca e interviste attuali di cui si comprende che stanno parlando di qualcosa che ci è familiare e cioè Bhagwan Shree Rajneesh, il guro e mistico indiano noto come Osho che dagli anni Settanta e gli anni Novanta tra India e Stati Uniti è stato il fondatore e leader del “Movimento Osho-Rajneesh” (Osho-Rajneesh movement), un controverso movimento spirituale i cui seguaci sono noti come “arancioni”, o come “neo-sannyasin” dai vestiti rossi, viola e tutte le sfumature attinenti, un rosario con appesa l’immagine del guru… obbligatoria…

La dottrina di Osho si fonda sui seguenti princìpi filosofici e religiosi:

  • Dio essendo tutto comprende tutto, anche le contraddizioni.
  • Quindi l’uomo, se vuole essere perfetto e come Dio, deve diventare contradditorio.
  • La fede, in quanto certezza impedisce la realizzazione dell’uomo, ma il dubbio essendo contradditorio, libera e innalza.
  • Ogni uomo è divino ed è anche in sé stesso verità – felicità – libertà.
  • Per diventare e vivere da Dio l’uomo deve scoprire e sviluppare la sua vera essenza, ricercando le sue fantasie intime e i suoi segreti nascosti, per essere vero e originale in tutto: soprattutto come peccatore.
  • Il peccato, il sesso ecc., non devono assolutamente essere combattuti ma cercati e fatti sviluppare.
  • Occorre invece eliminare, con l’aiuto di apposite guide, tutti gli impedimenti e gli ostacoli esistenti in ogni essere umano che deve morire a sé stesso per far posto alla nascita dell’uomo nuovo destinato a diventare divino.

Una delle cose più eclatanti di Wild Wild Country è l’abbondanza straordinaria di materiale d’epoca finita nel montaggio del documentario: riprese amatoriali, inchieste giornalistiche, trasmissioni televisive. Di questa storia americana nei decenni si sono perse le tracce. Nel 1981, Osho decise di spostare le sue attività negli Stati Uniti e trasferire l’ashram fondato a Pune, in India, in una sperduta landa desolata in Oregon. Esplosero polemiche, inchieste, indagini giudiziarie, violenze e provocazioni, in un’epoca di sconvolgimenti generazionali che si scontravano ai più diversi livelli conformisti della società. Ad oggi i libri sul mistico indiano morto nel 1990, vengono tradotti in oltre sessanta lingue.  La filosofia di Osho ruotava attorno all’amore libero e il libero sfogo dei sentimenti più primitivi attraverso appositi rituali fatti di urla, danze sincopate e violenza spontanea. Quando finalmente Osho si trasferisce in un ranch dell’Oregon fuggendo dalle attenzioni del governo indiano, cominciano a circolare alcuni filmati che mostrano quanto accadeva in questi rituali, scioccando l’americano medio ma affascinando allo stesso tempo nuovi adepti, che non tarderanno a raggiungere il ranch dei sannyasin sconvolgendo la cittadina locale di Antelope, fatta di pochi abitanti per lo più allevatori e contadini abituati ad una vita piuttosto sobria. Interessante fu la fondazione di una città di sana pianta: Rajneeshpuram, completa di tutto, banche, ospedale, posta, aereoporto, polizia, fattorie, municipio, finanziate interamente dai seguaci, compreso le 25 Rolls-Royce e gli innumerevoli gioielli tra cui un Rolex tempestato di diamanti.

L’avversione dei puristi dell’Induismo e delle fazioni politiche vicine ai Gandhi, spinsero Osho alla decisione di spostarsi in Oregon. Vi immaginate come i nuovi arrivati, bizzarri nei loro indumenti arancioni o porpora e che si sospettava praticassero comportamenti assolutamente anti-cristiani, come l’amore libero o i matrimoni poligamici.

Bhagwan Rajneesh fece studi di filosofia ma capì la sua vocazione era un’altra: quella di parlare in pubblico. Si costruì ben presto fama di critico delle istituzioni considerate sacre indiane, fra cui il misticismo induista si costruì una specie di sincretismo che voleva la formazione di un “uomo nuovo”, che coniugasse cioè la vocazione spirituale orientale con l’affermazione materiale occidentale. Per altri aspetti, Osho predicava la liberazione personale e sessuale, la necessità di trovare un nuovo rispetto per il prossimo ma anche un rigido controllo delle nascite che sfiorava l’eugenetica. La sua portata dirompente e controcorrente attirò l’interesse non solo di numerosi indiani, ma anche di tantissimi europei e americani che in pieno post-68 vedevano in lui la perfetta sintesi delle culture occidentale e orientale.

Le “persone arancioni” oggi sono rappresentate dalla Osho International Foundation. A 28 anni dalla morte del loro guru sono dediti per lo più alla vendita di libri e alla pratica di riti meditativi. La rivista ufficiale dei fedeli, “Osho Times” continua a negare ogni responsabilità riguardo ai fatti verificatisi in America, sostenendo una vera e propria tesi di complotto: “questa è stata una cospirazione del governo degli Stati Uniti, dalla Casa Bianca verso il basso, finalizzata a contrastare la visione di Osho e di una comunità basata sulla vita cosciente e come mai il governo americano non abbia fatto la stessa cosa con altre sette oggi ben più potenti e che continuano a prosperare negli Stati Uniti”.

Dopo qualche anno dall’arrivo dei seguaci di Osho, mentre Rajneeshpuram assumeva sempre più velocemente e chiaramente l’aspetto di una città destinata a ospitare fino a 10mila persone, i locali si fecero sempre più preoccupati scatenando una rapida escalation di dispetti prima e di violenze poi. I tentativi burocratici di sabotare la comune si ritorsero contro gli stessi abitanti di Antilope, che videro la propria cittadina letteralmente acquistata dai componenti dell’ashram. I Sannyasins reagirono in modo duro. Dopo un attentato a un loro hotel si armarono fino ai denti, in una contraddizione evidente con il loro atteggiamento spirituale, e misero a punto una serie di progetti che, secondo le ricostruzioni giudiziarie, avevano tutta l’aria di veri e propri piani criminali se non terroristici. Dagli avvelenamenti collettivi di salmonella.  al tentato omicidio di un pezzo grosso della magistratura americana. “Sappiate che quando verrete a cercarci saremo pronti a proteggerci”, dice a un certo punto il sindaco di Rajneeshpuram. Intervistata oggi per il documentario, Sheela dimostra una lucidità impenitente su quanto accaduto, rivendicando il coinvolgimento di Osho in ogni scelta e che tutto è stato fatto anche per liberarsi di lei: “Ogni corona vuole la sua ghigliottina”, dice con una fermezza spiazzante.

Ma Anand Sheela raffigura la perfetta ambiguità di un movimento che mosso dai più alti scopi spirituali si riduce alle azioni più impensabili della natura umana. Ottimo documentario che viaggiando sui confini ambigui della libertà religiosa e del fanatismo, sul Sex & Drugs & Rock & Roll, fra convinzioni individuali e salvaguardia pubblica mette alla prova quello che succede con la storia a distanza di trent’anni: oggi Osho è un classico della filosofia del Tantra e tutti coloro che lo hanno condannato e perseguitati sono morti dimenticati tristi e sconsolati.

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