Susanna Basile
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Il riflesso dello specchio tra madre e figlia

Chi è la madre di una bambina? Specchio liquido e cornice dai bordi taglienti

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La madre è uno specchio liquido, nel quale ogni bambina può rivedere l’immagine che sua madre ha imbastito della figlia che ha messo alla luce, e anche di colei che avrebbe voluto far nascere ma che non è mai nata. Ma se in questo specchio la bambina ritrova sé stessa come un prodotto di degenerazione, sulle schegge  acuminate costruisce la propria immagine di sé, una riflessione sulla relazione genitoriale deve partire da questa domanda: Chi è la madre di una bambina?

Secondo lo psicanalista Lacan la madre viene raffigurata in tre dimensioni: la madre immaginaria: capace di assecondare o meno la bambina; la madre simbolica: mancante per cui desidera altrove e si assenta dalla bambina; la madre reale: potrebbe venire al posto del godimento primordiale. Quel mitico oggetto perduto freudiano che corrisponde alla rimozione originaria, a quel godimento primordiale che è interdetto alla donna in quanto tale. E cioè il Fallo non in quanto organo anatomico ma in quanto oggetto del desiderio simbolico che la madre non ha, e che non può trasmettere alla figlia. Quello che interessa alla bambina è l’alternanza della presenza assenza della madre. Alla bambina urge la condizione della presenza. La domanda del godimento fa diventare l’altro (anche se il padre) come colui che può privare la bambina della sua presenza. La domanda è domanda d’amore. Le soddisfazioni che la domanda d’amore ottiene per il bisogno non fanno altro che schiacciarla. La madre, invece che rispondere alla domanda d’amore dà ciò che non ha, ecco perché capita che la bambina più accudita rifiuti il cibo, facendo passare il suo rifiuto come un desiderio.

Questo accade nell’anoressia, e nella bulimia, ma la domanda d’amore si ribella in ogni caso alla sola soddisfazione del bisogno. Secondo Lacan ci sono due godimenti: il godimento tipicamente maschile legato al Fallo ed al fatto di possedere l’organo che vi corrisponde e il secondo godimento altro: che si definisce per essere altro da Uno. In questo amore narcisistico quello che conta non è l’Altro, ma l’Uno, la fusione, il desiderio di essere Uno. L’amore è tensione verso l’Uno.

Questi due godimenti non sono prerogativa di un sesso piuttosto che di un altro perché ciascuno è libero di collocarsi dove crede. Per spiegare le differenze che intercorrono tra l’uno e l’altro sesso. Lacan si serve delle tavole della sessuazione. Dove colloca il femminile nel “non tutto”.

Cosa vuol dire che il femminile è un “non tutto”?

Vuol dire che non esiste il concetto di femminile, quale potrebbe essere espresso nella figura di La donna. Il femminile non si può ridurre ad un concetto; con il femminile si esce da ogni forma di idealismo. Il femminile è una classe propria, una collezione di tratti o di esemplari che non è possibile qualificare come elemento di un’altra collezione. Così il femminile diventa inclassificabile.

Quindi il passaggio del femminile tra madre e figlia è devastazione. La devastazione tra madre e figlia è il segno di un’aspettativa rivolta alla madre che è stata delusa; l’attesa di una sostanza, sostanza di femminilità che sarebbe aspettata dalla madre in quanto donna e che non può passare alla figlia. La madre non può trasmettere il testimone della femminilità, in quanto costituito da sfumature individuali della personalità e questo viene vissuto come una mancanza quindi si innesca l’odio devastante e resiste fino a quando non si ha la consapevolezza che questo testimone non può essere trasmesso e sarà compito della figlia convivere con questo godimento della sostanza femminile e dovrà capire lei che la madre è una donna come lei. La frustrazione è presa nella relazione speculare con la madre, nella quale il Fallo continua a circolare nella forma sua immaginaria e simbolica.

Il passaggio è innescato dal ri-sentimento verso la figura materna, che trasforma il sentimento amoroso della bambina in ostilità. La bambina accusa la madre di non averle dato nutrimento sufficiente, di averla costretta a condividere l’amore materno con altri figli, di avere attivato e nello stesso tempo proibito l’attività sessuale e infine di non averla dotata di un pene. La bambina è già evirata e proprio dalla scoperta dell’evirazione è stata spinta ad entrare nel complesso di Elettra rivolgendosi al padre. Per questo motivo non lascia mai del tutto il territorio edipico, in quanto la minaccia dell’evirazione che spinge il bambino ad abbandonare l’amore per la madre non può funzionare con la bambina. Come conseguenza del fatto che la bambina non avverte una minaccia sufficiente a farle abbandonare la posizione di amore incestuoso per il padre, la donna non esce mai completamente dall’amore edipico, e per la mancanza fallica non vi entra mai del tutto. Ne sono testimoni le nevrosi femminili, come l’isteria, che appartiene a tale attaccamento alla madre precipitando in una rimozione particolarmente inesorabile, germe della futura paranoia come angoscia di intrusione, di furto, di malevolenza.

Il concetto di invidia del pene e delle modalità di risoluzione del complesso edipico attuata dagli altri esponenti della psicoanalisi ha introdotto un nuovo focus interpretativo delle dinamiche emotive e affettive tra madre e bambina.

Sia per la madre che per la figlia questo abitare la cura per separarsene e riappropriarsene è particolarmente difficile per diverse ragioni. La bambina deve inserirsi in una trama relazionale intergenerazionale che la costringe a fare i conti con il tutto che è la madre, con il suo potere assoluto di dare la vita e garantire la sopravvivenza ai propri figli, vivendo nello stesso tempo l’esperienza della perdita. La maternità rappresenta difatti la condizione apicale che consente di sperimentare questo senso di lacerazione tra dentro e fuori, questa alternanza di pieno e di vuoto che è l’essenza della femminilità. L’impossibilità di reintegrare nel proprio corpo il frutto generato nel proprio corpo sancisce infatti definitivamente il contatto con il limite e apre all’impotenza, ma non basta a tratteggiare confini netti tra il sé e l’altro da sé.

Il ricordo di quel che è avvenuto nella profondità del corpo femminile con il concepimento, la gravidanza e il parto emergerà senza soluzione di continuità nella tensione dialettica tra passività e attività, tra accoglienza e simbiosi. E questo renderà sempre le donne, madri e figlie, persone più unite rispetto agli uomini, dotate di confini identitari più invischiati in giochi di rispecchiamento che rimbalzano tra le generazioni. Si riavvolge la spirale intergenerazionale della femminilità, come esperienza da fare e disfare continuamente, che non si può apprendere né insegnare, poiché irrimediabilmente indicibile, invisibile, intangibile. Senza alcuna ipocrisia, il rapporto tra madre e figlia si avvolge nel segreto della sua potenza generativa. Odio e fascinazione per la madre, che detiene il segreto della femminilità che non consegna alla trasmissione, lasciano il posto alla libera interpretazione di una altra soluzione, un ricongiungimento inedito che deve essere reinventato ad ogni generazione, in quanto non procede per la via della filiazione se non nella forma di sfida.

Inventare e reinventare il senso del femminile dentro la relazione tra madre e figlia può essere allora un esercizio strategico per potersi prendere cura della propria vita di donne scegliendo la limitazione di averla solo vissuta, o avere anche il coraggio di poterla raccontare, reale o finta che possa essere.

“Quando si vive non accade nulla. Le scene cambiano, le persone entrano ed escono, ecco tutto. Non vi è mai un inizio. Vivere è questo. Ma quando si racconta la vita tutto cambia, soltanto che è un cambiamento che nessuno rileva: la prova ne è che si parla di storie vere. Come se potessero esservi storie vere; gli avvenimenti si verificano in un senso e noi li raccontiamo in senso inverso”. J.P. Sartre

 

 

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