Susanna Basile
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Spettacolo e presentazione del libro “All’alba di un Sogno” di Francesco D’Amore pubblicato da Carthago Edizioni

Una grande festa, Un grande uomo, Un grande fisioterapista, in occasione della Giornata Internazionale della Consapevolezza dell’Autismo organizzazione "Le ale di Ele" Carthago Edizioni con il patrocinio del Comune di Misterbianco

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Una grande festa, Un grande uomo, Un grande fisioterapista, che scrive questo libro “All’alba di un Sogno” pubblicato da Carthago Edizioni devolvendo l’intero ricavato in beneficenza per l’associazione “le ali di Ele” durante la giornata del 2 aprile alle 18.30 al Nelson Mandela di Misterbianco. La dott.ssa Cristina Di Bennardo lo intervisterà.

Ed io intanto ho voluto fargli delle domande tratte proprio dal suo per spingervi a comprarlo e leggerlo e venire in tanti a questa grandiosa festa.

Susanna Basile: “Quale sortilegio mi è stato fatto? Di quale colpa mi sono macchiato? Perché Dio ha consentito che ciò accadesse? Perché proprio a me? Che male ho fatto? Si chiedono, mentre la disperazione, la paura li induce a cercare luminari, professori, cliniche specializzate, ma anche guaritori, maghi, esorcisti e qualunque altro genere di imbonitori a costo di indebitarsi, di vendere anche la casa in cui si abita pur di avere un po’ di pace nel cuore”. Raccontaci come arrivano da te.

Franco D’Amore: A quel tempo lavoravo nell’istituto riabilitativo del quale ero dipendente e le famiglie giungevano al trattamento riabilitativo dei loro congiunti man mano che scorreva la lista di attesa. Con il passare del tempo e con l’ottenimento dei primi miglioramenti , i loro familiari cominciavano a rasserenarsi e a poco a poco far pace con la vita.

S.B.: “Mi rendevo quindi conto che il nostro lavoro non poteva essere rivolto solo agli assistiti, ma anche alle loro famiglie, rispetto alle quali secondo me avevamo quantomeno il dovere di essere buoni consulenti”. Come fai ad aiutare anche le famiglie?

F.D.:  I risultati anche i più piccoli sono la medicina migliore. In secondo luogo coinvolgendo i congiunti nella realizzazione del progetto riabilitativo, rendendoli attori non secondari dal lavoro da svolgere, si contribuisce a far loro acquisire gli elementi di realtà concretamente utili per i loro figli, nella consapevolezza inoltre, che il lavoro riabilitativo non può essere limitato a meno di un’ora, spesso tre volte la settimana.

S.B.: “A quel tempo però avere un congiunto con delle difficoltà era come una vergogna. La società, le cosiddette persone normali non volevano avere la coscienza disturbata da una presenza così disarmonica per cui era giusto metterli negli istituti per essere accuditi… ma a parte però”. Oggi è cambiato il rapporto con la “diversità”?

F.D.: Sono state fatte diverse leggi allo scopo di favorire l’inserimento delle persone disabili, spesso disattese. Per esempio l’inserimento nel mondo del lavoro è ancora oggi un’utopia. Quello scolastico vede spesso bambini con difficoltà affidati ad insegnanti che non potendo avere tutte le competenze finiscono con il demotivarsi. In generale comunque la società è ancora chiusa a difesa di modelli estetici che i disabili non hanno.

S.B.: “Non sapendo da dove iniziare cominciai a toccare a lungo il piccolo paziente sulle braccia, sulle gambe, presi le sue mani tra le mie, con le sue dita gli feci sentire parti del suo corpo, del suo viso e, mentre gli parlavo lentamente, avvicinavo il mio viso al suo, le mie mani al suo naso, sulle labbra, sugli occhi, per fargli sentire il mio odore, il mio calore…” Quali sono stati i risultati di questa personale “tecnica”?

F.D.: Non è una personale tecnica. Ho attinto, in quel caso, ai principi di una metodica pensata e messa in pratica da un neurofisiologo, il prof Doman, che avevo studiato solo teoricamente. Nel caso di quel bambino, ho avuto modo di mettere in pratica ciò che avevo appreso leggendo per quello specifico caso, cercando in quei principi le risposte utili a quel bambino per il superamento dei danni che l’incidente aveva provocato.

S.B.: “Perché una persona anche se piena di difficoltà non deve avere la libertà di vivere come vuole, come può, senza che nessuno si senta offeso nella sua sensibilità solo per la presenza di chi è in sedia a rotelle, si aiuta con un deambulatore o solamente perché cammina male o ha la scialorrea?”

F.D.: La società civile ragiona frequentemente sui fondamentali principi della democrazia, senza tuttavia riuscire quasi mai a coglierla, come dimostrano le guerre, i continui contrasti tra governi, che sacrificano facilmente quei principi in nome dell’interesse e dell’egemonia. La ricerca del benessere a tutti i costi e dei modelli che tutto ciò comporta, distrae assai spesso l’uomo da sentimenti come la solidarietà che tanto si può praticare componendo un numero telefonico ogni tanto, quando in televisione ce lo chiedono le varie trasmissioni sulla solidarietà appunto. Messa quindi in pace la coscienza, si è quindi pronti a rituffarsi nelle dinamiche volte a soddisfare il proprio ego, dove non sono previsti modelli e realtà che fanno paura e che possono indurci a pensare e distoglierci da quella ricerca.

S.B.: “Può un genitore pensare di impedire di crescere ai propri figli? Che diritto abbiamo di impedire loro di crescere? Può un istituto di riabilitazione neuro- motoria non essere il primo motore per l’integrazione?”

F.D.: Molto spesso i genitori nel tentativo di proteggere i propri figli, finiscono con l’ostacolarne senza volerlo la crescita. Quanto più questi figli hanno una qualsiasi forma di problema, tanto più il tentativo di protezione profuso, quando questo supera certi limiti, finisce con l’ovattare gli aspetti diversi della personalità, spegnendoli di luce. È facile comprendere come nel caso di bambini disabili questi meccanismi vengono esasperati. Gli istituti di riabilitazione spesso, non sfuggono a questa regola, anzi, nel tentativo di sfuggire alle eventuali “responsabilità”, finiscono ancor di più, paradossalmente, ostacolo alla crescita. Avviene lo stesso meccanismo: stai qui con noi, stai sicuro all’interno dell’istituto dove noi ti proteggiamo, non comprendendo che così si nega bellezza al lavoro svolto e ai risultati ottenuti, nonostante i limiti imposti dalle lesioni del sistema nervoso centrale che si sono affrontate, poiché non si è avuta completa fiducia nel proprio lavoro.

S.B.: “Per molti anni provai a portare avanti idee e progetti ma venivo rimbalzato da un ente pubblico all’altro, da una segreteria politica all’altra senza mai venire a capo di nulla”. La burocrazia un muro invalicabile: come superarlo?

F.D.: Entrano in gioco diversi degli elementi che abbiamo già discusso.  Come si organizza un’attività svolta dai ragazzi dal punto di vista amministrativo? Come faranno questi poveri ragazzi ad affrontare la responsabilità di una porta aperta con tutte le insidie che esistono? È quindi più semplice tenerli in istituto dove la USL paga la retta e noi ti accudiamo.  Poco importa se ciò significa tenerti a vita a fare l’handicappato.

S.B.: “Faccio il mestiere del politico e ne vado fiero…” Senza che nessuno abbia loro spiegato che fare politica è una delle forme di servizio più importanti verso il popolo. Non può quindi essere considerato un lavoro, così come con tracotanza affermato, né essere quindi considerata legittima la ricerca del maggior guadagno come avviene nello svolgimento di un qualsiasi lavoro”. Ci racconti la tua idea utopica di società?

F.D.: Non credo sia un’utopia considerare che nessuno ti impone d fare politica, non è un obbligo, è una scelta. Non è neppure un concorso e quindi non si ha diritto ad una progressione di carriera: consigliere comunale, deputato regionale e poi nazionale. Fare politica vuol dire porsi al servizio del paese e dei suoi cittadini, proponendo progetti che mettono al centro della propria attività l’essere umano. Nel libro parlo della centralità delle periferie, di una recuperata autorevolezza dei diversi poteri dello stato, della dignità dei diversi comparti che ne disegnano l’architettura; forze dell’ordine, insegnanti. Ragiono infine di una politica del buon senso, capace di immaginare per tutti uno spazio di vita dignitoso.

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