Susanna Basile
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Santo Trimarchi e le sue poesie “Scorci di vita” edito da Carthago Edizioni

Quando la famiglia siciliana nutrita a "pane e filosofia" funziona creando poeti, scrittori e "belle persone"

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Insegnante di storia e filosofia Santo Trimarchi scrive poesie perché è un uomo felice. E le scrive in siciliano, il suo siciliano. La sua bella famiglia ha partecipato e caldeggiato ala sua passione al punto tale da scrivere introduzione prefazione e compagnia bella: perché così si dovrebbe fare in una famiglia, in una vera famiglia, sostenersi fino in fondo, parteggiare per le belle idee da portare avanti e dirsi sempre la verità se serve a migliorare le cose.

“I valori edificanti, portati avanti dalla tradizione linguistica della Sicilia, alimentano la cultura, perché ha consentito d’imparare a parlare, a pregare, a cucinare, a lavorare, a raccontare, a educare, a scrivere, ad accogliere ed amare il luogo dove si vive, le abitudini, i costumi, i giochi, il ballo, le feste”.

Susanna Basile: Chi è Santo Trimarchi?

Santo Trimarchi: Sono un insegnante di storia e filosofia in pensione, sposato da quarantadue anni con Annabella Sgroi e padre di due splendide figlie, Chiara ed Alessandra. Sono un uomo di fede praticante ed impegnato nella nuova evangelizzazione, anche se da un po’ non direttamente. Sono interessato all’ecologia e mi dedico al volontariato con un comitato di amici per il bene comune nel mio territorio. Mi piace la natura, l’incanto dei bei paesaggi, la bellezza delle creature, la solitudine e l’amicizia, la lettura e la scrittura, che mi aiutano a stare in ricerca, a vedere a che punto mi trovo, ad entrare in relazione con me stesso e a comprendere gli altri, come è fatto il mondo, dove si vuole andare.

S.B.: Quando come e perché ha cominciato a scrivere?

S.T.: Ricordo che mi piaceva scrivere già dalle scuole medie, brevi poesie, appunti presi qua e là, piccole riflessioni e commenti sulle letture, i fatti del giorno, un diario sui generis, non obbligato. Alle superiori mi appassionavo ai ragionamenti dei filosofi, di scrittori e poeti, mettendo per iscritto i miei pensieri, le critiche, le considerazioni. All’Università prendevo sempre appunti che si potevano trasformare in saggi, relazioni, integrazioni, ricerche. È iniziato il tempo dell’innamoramento, della poesia, delle lettere agli amici di scrittura lontani, alla fidanzata da militare, ai parenti e conoscenti della famiglia, ma niente di organico, tutto spontaneo, a parte gli articoli per giornalini studenteschi e locali, stampati col ciclostile, che mi hanno appassionato tanto. Dal momento che comincio a lavorare come insegnante è venuta meno la vena della scrittura e mi sono dedicato alla professione a tutto campo, con attenzione all’educazione ed ai saperi disciplinari, strumentali per un buon cammino e dare senso alla vita. Dal pensionamento in poi ho ripreso a scrivere con più intenzionalità, articoli per giornali online a dimensione comprensoriale ionico, riflessioni su tematiche di attualità, poesie in italiano ed in dialetto, lingua privilegiata durante il cosiddetto confinamento che mi ha condotto alla pubblicazione del libro “Scorci di vita”, sollecitato dalle mie figlie ed incoraggiato da mia moglie.

S.B.: Perché la scelta del siciliano?

S.T.: In lingua siciliana perché, per me, acquista un valore in più, diviene riappropriazione dell’identità, delle radici, della terra che mi ha accolto e visto crescere. Inoltre ho capito che è veicolo di comunità, mette insieme costruzioni e relazioni fondamentali di un territorio, un paese, una regione.

S.B.: Il suo è uno strano siciliano: ci vuole raccontare cosa ne pensa del dialetto è veramente una seconda lingua?

S.T.: La poesia in vernacolo non è uno spazio ristretto ma esprime l’universalità dell’animo umano che abita in ogni luogo, risiede per carattere nel piccolo ma si espande nel grande, portando avanti un discorso aperto agli apporti di tutti, che si allarga e non resta nel chiuso dell’individualità, adotta criteri di progettualità, fa un percorso che attinge alle radici della terra per fruttificare e puntare in alto, guardare al cielo, come fa l’albero ed offrire la libertà dell’aria pura, il profumo ed il sapore della vita. In particolare mantiene in vita, fa respirare, ricordare e continuare, ricominciando sempre a fecondare, ricondurre alla memoria, riprendere a vivere ogni momento, il tempo che viene e che passa col beneficio della parola che crea relazioni, edifica comunità, stabilisce una società e fa di tutto l’insieme una storia che ha continuità, che resta per sempre.

S.B.: Le sue oltre che poesie potrebbero essere canzoni: cosa ne pensa?

S.T.: È auspicabile perché possono diventare uno strumento educativo gradevole che si addice bene al mio dialetto che qualcuno ha definito “gentile” e potrebbe portare avanti un linguaggio nuovo come veicolo di gentilezza, amore, pace, allegria, compagnia, natura, bellezza, amicizia, immortalità.

S.B.: Nel dialetto siciliano manca il tempo futuro dei verbi e ogni proposizione riguardante un’azione futura viene costruita al presente e il verbo si fa precedere da un avverbio di tempo: cosa ne pensa?

S.T.: Il vivere qui ed ora, saper cogliere il dono del presente che accade è veramente saggezza popolare, frutto della pazienza e della sofferenza di un popolo che ha saputo affrontare nell’oggi la lotta per la sopravvivenza, ha visto nella fatica di ogni giorno il bene che dà significato alla vita, edifica rapporti e cammina insieme per condividere quello che c’è, domani è un altro tempo che viene e si unisce a quello che si ha per procedere con i passi di coloro che sanno seminare e tenere i piedi ben piantati a terra, nelle radici forti, consistenti dei valori della tradizione, della cultura, della fede, dell’ospitalità, della solidarietà, della pace.

S.B.: Il suo libro è una “produzione familiare”: come fate ad essere così affiatati, ci svela il vostro segreto?

S.T.: Non è un segreto, l’affiatamento nasce dalla capacità di dialogare e saper comunicare insieme, attraverso il confronto aperto e senza pregiudizi. A tavola non abbiamo mai avuto davanti la televisione o il telefonino adesso, ma affrontavamo ogni tipo di discussione, da “che cosa hai fatto a scuola?” a “Come è andata con i ragazzi?” l’attualità, la politica, i problemi familiari, le difficoltà, le malattie, le paure, i successi, le gioie. Tutto veniva e viene condiviso, nell’ottica di poter contribuire, partecipare ed essere in relazione di valore rispetto agli altri, ciascuno è tenuto in considerazione perché la famiglia è luogo di valorizzazione, di accoglienza e di rispetto.

S.B.: A me vita. Sugnu nuddu miscatu cu nenti, mi piaci pinzari o Signuri sulamenti, pirchì su boni i paroli chi dici li vogghiu scutari pi stari filici. Nun fazzu cuntu da me vita sentu a so prisenza infinita, ntà me cuscienza picciridda brillìa comu luci di na stidda. Ringraziu Diu e l’unniputenza quannu mi libira da suffirenza, mi cunsola cu focu d’amuri inchi di paci lu me cori. Provu gioia e tinirizza sicuru chi mi dugna sarvizza, cantannu gloria e binidizioni pi tutti i nostri ginirazioni. Ho preso questa poesia che forse caratterizza la sua persona nella sua semplicità, lei crede che la poesia si possa trovare in qualsiasi cosa?

S.T.: Sì è una poesia ispirata, che viene da dentro, dal profondo dell’anima, che parla della mia vita spontaneamente, senza che io prevalessi con la mia logica, la mia coscienza, la razionalità. La narrazione poetica viene proprio dalla libertà dello spirito che sa cogliere la semplicità di ogni cosa, la bellezza nella sua verità chiara, l’universalità dei sentimenti e delle emozioni che si provano, la comunicazione dell’esperienza così come accade, delle realtà e delle creature come si vedono nell’essenza sincera, profonda, al di là di ogni apparenza.

S.B.: Ho letto di recente che esiste una riscoperta del dialetto dopo anni di abbandono: cosa ne pensa?

S.T.: In un tempo di frammentazione sociale, dove prevale il “particulare”, quando la ricerca individuale è sopraffazione dei più deboli e la misura di tutte le cose sta nella capacità di mercanteggiare, a me sembra giusto ed opportuno il recupero del dialetto come lingua universale, accanto a tutte le altre, per garantire “cori, paci e unità e stari assemi cu vera libirtà” come dico negli ultimi versi della poesia “A Sicilia”. I valori edificanti, portati avanti dalla tradizione linguistica della Sicilia, alimentano la cultura, perché ha consentito d’imparare a parlare, a pregare, a cucinare, a lavorare, a raccontare, a educare, a scrivere, ad accogliere ed amare il luogo dove si vive, le abitudini, i costumi, i giochi, il ballo, le feste. Il dialetto siciliano, nella pluralità dei suoi registri linguistici, è una lingua complessa che merita una rinnovata attenzione, da parte dei linguisti e governanti di tutto il mondo, in quanto strumento di comunicazione di principi fondanti di una comunità, che sa riflettere, dialogare e comunicare con la sapienza che viene dal basso, dal popolo desideroso di confronto, di pace, di solidarietà, di benessere nella diversità delle potenzialità che vanno espresse con dignità per arricchire l’umanità delle generazioni future.

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