Susanna Basile
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“La partigiana sicula” romanzo di Angelo Russo edito da Carthago

Per soggiogare un popolo vinto “i vincitori” cominciano con il privarlo della sua memoria distruggendo i suoi libri, la sua cultura e la sua storia

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Dialogare con Angelo Russo e Margherita Guglielmino la responsabile editoriale della Carthago   è stato un piacere, dopo aver letto il  romanzo di Russo dove vengono raccontate più verità che in un saggio storico. Un libro che mancava nel panorama editoriale odierno, scritto con l’assoluta spontaneità, lucide e acute osservazioni da chi non teme rivalse e compromessi a volte “necessari” nell’ambito della ricerca scientifica.

D. – Chi è Angelo Russo?

R. – Angelo Russo è un libero osservatore che non si sofferma ad esaminare la sola apparenza delle cose ma vuole andare oltre per tentare di scoprirne la vera essenza. Così ha fatto con la storia della Sicilia, di cui è appassionato, per cercare di dare un proprio modesto contributo alla divulgazione della verità emersa dagli archivi storici contrapposta alle mistificazioni della storiografia ufficiale, senza con ciò avere alcuna pretesa revisionistica il cui compito spetta agli storici.

D. – Il titolo del romanzo storico “La partigiana sicula” da dove è scaturito?

R. – Nella sua lunga storia la Sicilia ha avuto tante donne coraggiose che si sono battute per la propria terra ma a nessuna è mai stato dato l’appellativo di partigiana come alle valorose donne del Nord impegnate nella lotta contro i nazifascisti. Il titolo del romanzo intende riscattare il valore delle donne siciliane che in vario modo hanno contribuito a rendere grande la storia della Sicilia.

D. – Nella presentazione del Prof. Massimo Costa: “La storia la scrivono coloro che risultano alla fine i più forti”: cosa vuole dire?

R. – La storia dell’uomo è piena di nefandezze e di sopraffazioni. Di solito il più forte ha la meglio ma ciò spesso non coincide con la correttezza del suo operato per la cui giustificazione il vincitore è indotto a mistificare gli eventi. Mi spiego meglio riportando un passo del mio libro: “quella di mistificare la storia è una tattica dei vincitori per celebrarne le glorie, per giustificarne le azioni e per soggiogare i vinti. Per soggiogare un popolo vinto essi cominciano con il privarlo della sua memoria distruggendo i suoi libri, la sua cultura e la sua storia. E i vincitori, per mortificare e spegnere la fierezza e l’orgoglio dei vinti, inventano per loro un’altra storia denigratoria, scrivono loro altri libri ingannevoli e li forniscono di un’altra cultura spregevole”.

D. – Chi sono i “guerriglieri genuini della Patria siciliana”

R. – C’è sempre nei vari movimenti chi si batte per propri tornaconti o per secondi fini e chi lo fa disinteressatamente per portare avanti ideali comuni. Nella storia alla quale fa riferimento il libro sono stati proprio questi ultimi ad avere la peggio perché il loro ideale li ha portati a non risparmiarsi e ad affrontare anche il sacrificio estremo. Ecco, è a questi idealisti che ci riferiamo quando parliamo di guerriglieri genuini della Patria siciliana.

D. – Ci racconta della “macrostoria” della Sicilia “separatista” e delle sue drammatiche vicende? E invece la “microstoria” dei due giovani protagonisti catanesi?

R. – Il romanzo si snoda seguendo due storie parallele: una storia romantica di due giovani ambientata in un contesto storico turbolento dell’immediato dopoguerra quale fu il cosiddetto “Separatismo siciliano”. Sebbene i protagonisti siano i due giovani è chiaro che l’oggetto principale del romanzo, cioè la “macrostoria”, sia la rivolta dei siciliani contro lo Stato italiano, degenerata in una vera e propria guerra civile, per riottenere quell’indipendenza e quelle prerogative di cui la Sicilia aveva goduto per quasi un millennio e che aveva perduto prima in parte per opera dei Borbone nel 1816 e nel 1849 e poi definitivamente nel 1860 quando fu annessa dal Piemonte. In questo scenario si muovono i due giovani protagonisti catanesi attori della “microstoria”.

D. – “La costruzione di una “controstoria” rispetto a quella sancita dai canoni politici ufficiali”, di cosa si tratta?

R. – Come ho detto prima la storia degli uomini è in genere scritta dai più forti, da coloro che detengono il potere, per cui in genere viene distorta per rispondere ai loro interessi. Solo il tempo sarebbe deputato a fare giustizia ma solo quando saranno venute a cessare l’influenza e le ragioni di quei potenti, e potrebbero passare secoli come, per esempio, per i tragici eventi del cosiddetto “Risorgimento siciliano” non sono bastati più di un secolo e mezzo per ottenere una corretta revisione storica ufficiale nonostante, come riferisco nella mia “introduzione” al libro, “la verità su quegli eventi sia emersa ormai da molto tempo non solo da parte di moltissimi storici e ricercatori meridionali ma anche da moltissimi noti storici, giornalisti e politici settentrionali, eredi dei vincitori, come Lorenzo Del Boca, Paolo Mieli, Diego Fusaro, Alberto Angela, Giulio Tremonti e tantissimi altri, fra cui la stessa pronipote di Garibaldi”. Nasce, così, l’esigenza civica di costruire una “controstoria” rispetto a quella sancita dai canoni politici ufficiali per contrastarne le secolari mistificazioni in attesa di una revisione storica ufficiale ormai più che matura.

D. – Qual era la condizione della donna in quel periodo?

R. – Certamente quello era un periodo in cui dominava ancora in Italia il maschilismo, specialmente nell’entroterra, sebbene non mancavano esempi di donne indipendenti e protagoniste, specialmente nelle città. Le donne non avevano ancora diritto al voto, erano estromesse dalla politica ed erano normalmente sottomesse agli uomini della famiglia e ai costumi patriarcali. Tuttavia, specialmente nelle città, il regime fascista aveva loro dato uno spirito squadrista e battagliero alimentato con frequenti manifestazioni pubbliche in divisa delle giovani fasciste e probabilmente fu tale spirito a rivoltarsi contro il fascismo sul finire della guerra armando al Nord tante donne partigiane. Non deve, quindi, sorprendere se anche in Sicilia, nonostante le sue maggiori contraddizioni e la sua maggiore arretratezza, ciò potesse avvenire, specialmente nell’ambito studentesco come nel caso della protagonista del romanzo, col nobile scopo di ridare l’indipendenza alla propria Terra.

D. – Perché è proprio vero che solo “chi controlla il passato, controlla il futuro”?

R. – La frase, citata dal Prof. Costa, è tratta dal famosissimo romanzo distopico di George Orwell, 1984. Il passato non è mai realmente passato, non è mai realmente neutro. Il complemento di quella frase e la sua premessa è che “chi controlla il presente controlla il passato”. Cioè, in altri termini, in ogni epoca i poteri dominanti riscrivono la storia, e nel farlo, lo fanno per arrivare alla conclusione che l’attuale è il “migliore dei mondi possibili”, che non c’è alternativa, e quindi in ultimo per controllare il futuro. Eppure, al di là delle letture ideologiche, credo che esistano anche i fatti, oggettivi, ma perché non siano cancellati o travisati ci vuole chi coraggiosamente ne tramandi la memoria per le future generazioni. E quindi la controstoria, se fatta conoscere soprattutto ai ragazzi, diventa fondamentale anche per costruire la Sicilia di domani.

D. – L’aspirazione del popolo siciliano all’indipendenza affonda le sue radici nella quasi millenaria sovranità e soggettività istituzionale: breve excursus.

R. – Trovandosi al centro del Mare Nostrum la Sicilia ha subito e a sua volta ha influenzato la storia dei Paesi mediterranei ed europei arricchendo e consolidando la sua identità attraverso la stratificazione di tutte le culture europee e mediterranee apportate dalle varie dinastie insediatesi, stabilizzatesi ed integratesi nel Regno Siculo, e quindi da considerare autoctone, analogamente a quanto accadeva nelle altre monarchie europee. In tale contesto il Regno di Sicilia, fra alti e bassi, ha sempre mantenuto la sua indipendenza e soggettività istituzionale raggiungendo l’apice nel periodo fra il 1071 e il 1408, quando, addirittura, nel 1130 si munì del primo parlamento del mondo. Anche nel successivo lungo periodo viceregio, subentrato nel 1415, le prerogative di sovranità interna e la soggettività istituzionale della Sicilia non vennero mai lese e trovarono rinnovata consacrazione nella Costituzione siciliana del 1812, prima Costituzione liberale in Italia. Nonostante varie e gravi limitazioni, una qualche forma di soggettività istituzionale della Sicilia non venne pienamente meno neanche nel successivo periodo luogotenenziale seguito nel 1816 allo scioglimento del Regno di Sicilia e alla nascita del nuovo “Regno delle Due Sicilie” con capitale Napoli. Nuova linfa, sebbene solo per un anno, fu poi data alla piena sovranità della Sicilia dalla sanguinosa rivoluzione indipendentista del 1848 che portò il 10 luglio di quell’anno alla promulgazione dello Statuto Fondamentale del Regno di Sicilia, la nuova Costituzione, il cui art. 2 prevedeva la perpetua indipendenza del ricostituito Stato di Sicilia. Nel 1849 la dinastia borbonica soppresse la nuova Costituzione siciliana e nel 1860 la dinastia savoiarda cancellò del tutto le prerogative di soggettività istituzionale della Sicilia. Ma l’aspirazione del popolo siciliano all’indipendenza non si è mai sopita e nel 1946, dopo un’ulteriore cruenta rivoluzione indipendentista, passata alla storia col nome di “Separatismo siciliano”, ottenne il Nuovo Statuto della Regione Siciliana che, se non sancisce la piena indipendenza della Sicilia, conferisce ad essa un’amplissima autonomia.

D. – “Da Nazione Sovrana a colonia interna dell’Italia, vilipesa, depauperata e sfruttata”: come possiamo tramandare questo tipo di storia alle generazioni successive?

R. – Purtroppo la politica ha indotto la storiografia ufficiale a offuscare i danni e le conseguenze negative del tanto osannato “Risorgimento siciliano”. Il 1860 costituì per la Sicilia lo spartiacque fra la sua quasi millenaria era di sovranità propria e l’era della sua sudditanza determinando, anche per l’intero Sud, quel collasso economico, identitario e sociale che ha innescato quel nefasto processo di involuzione noto come “Questione Meridionale” mai risolta e ancora attuale. Il Sud fu destinato dal nuovo Stato unitario come terra da sottoporre al più bieco sfruttamento e come mercato di sbocco per l’industria settentrionale sviluppatasi sulle ceneri di quella meridionale, alla stregua di una colonia interna consumatrice dei beni che solo il Nord deve produrre. Ma di tutto ciò la storiografia ufficiale non parla come non parla della denigrazione e del vilipendio della nuova dinastia piemontese verso il Sud. Appare, dunque necessario che, in attesa di una corretta revisione storica, si diano alle nuove generazioni e a quelle successive le corrette informazioni storiche sul loro passato attraverso testi di controstoria da tramandare ai posteri perché possano essere orgogliosi della loro Terra e possano meglio interpretare il presente e programmare il futuro.

Lo scrittore Angelo Russo con Margherita Guglielmino responsabile editoriale della Carthago Edizioni

 

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